Le comunicazioni tramite posta elettronica non certificata: quale rilevanza probatoria?

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sentenzaterminiimereseSono passati ben tre mesi da quando il Tribunale di Termini Imerese, con ordinanza del 22 febbraio 2015, si è occupato di un problema alquanto controverso, attinente al rilievo probatorio di un documento informatico inviato tramite posta elettronica non certificata. Eppure ancora oggi non si è parlato di quale valore probatorio possa avere una mail che non sia una PEC. La questione, che non trova una risposta univoca nella normativa di riferimento, assume notevole rilevanza pratica, atteso il frequente ricorso alle comunicazioni non certificate, come ad esempio le semplici e-mails, nell’ambito delle relazioni tra operatori economici. Dunque : quale valore probatorio ? In questo articolo, che ho scritto insieme al nostro legale Avv. Michela Russo, cerchiamo di dare risposta a questa domanda.

 

Il caso:

Il caso per il quale è stato adito il Tribunale siciliano (attraverso un ricorso ex art. 702 bis c.p.c.) riguardava la richiesta avanzata da un professionista (ricorrente) nei confronti di un committente di correspondergli una somma di denaro a titolo di compenso professionale per l’attività di consulenza ed assistenza, prestata dallo stesso ricorrente in relazione alla stipula e al successivo adempimento di un contratto di cessione di quote sociali. A supporto della propria domanda, il professionista produceva una serie di documenti per la maggior parte costituiti da semplici missive inviate tramite posta elettronica non certificata (e-mail).

Si trattava pertanto di accertare se, sulla base di un siffatto corredo documentale, potesse ritenersi, da un lato, sussistente il contratto di incarico professionale con determinazione del relativo compenso e, dall’altro, provato lo svolgimento della prestazione oggetto del contratto.

 

La normativa di riferimento:

Ai fini appena indicati, appare opportuno procedere, in primo luogo, all’analisi della disciplina normativa di riferimento in tema di valenza probatoria di un documento informatico, con particolare riferimento ai documenti inviati tramite posta elettronica non certificata (o “semplice”).

Sul punto, il d.lgs. n. 82/2005, denominato Codice dell’amministrazione digitale (d’ora in avanti: CAD) fornisce alcune definizioni dalle quali non si può prescindere al fine di comprendere i termini della questione che ci occupa.

L’art. 1, lett. p), CAD definisce il documento informatico come “la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti”.

La lett. q) del medesimo art. 1 fornisce inoltre la definizione di firma elettronica, che è “l’insieme dei dati in forma elettronica, allegati oppure connessi tramite associazione logica ad altri dati elettronici, utilizzati come metodo di identificazione informatica”.

La disciplina del documento informatico e della sua valenza probatoria si rinviene invece negli artt. 20 e 21 CAD. Ai sensi dell’art. 20, comma 1 bis, CAD il valore probatorio di un documento informatico è liberamente valutabile in giudizio, “tenuto conto delle sue caratteristiche oggettive di qualità, sicurezza, integrità ed immodificabilità, fermo restando quanto disposto dall’ articolo 21”. L’art. 21 CDA, cui il comma 1 bis dell’art. 20 fa espresso rinvio, sancisce testualmente la libertà del giudice di valutare la rilevanza probatoria di un documento informatico a cui sia apposta una firma elettronica, sempre tenuto conto delle sue caratteristiche oggettive di qualità, sicurezza, integrità e immodificabilità. Per quanto riguarda invece i documenti informatici sottoscritti con firma elettronica avanzata, qualificata o digitale, l’art. 21 CAD attribuisce agli stessi, se formati nel rispetto delle regole tecniche che garantiscano l’identificabilità dell’autore, l’integrità e l’immodificabilità del documento (da ultimo, cfr. D.P.C.M. 22.02.2013), la medesima efficacia probatoria prevista dall’art. 2702 c.c. per la scrittura privata. Tali sottoscrizioni, dunque , fanno piena prova, fino a querela di falso, della provenienza del documento da colui che lo ha sottoscritto. L’art. 21 CAD prevede poi una presunzione iuris tantum di riconducibilità dell’utilizzo del dispositivo di firma elettronica al titolare, prevedendo a carico di quest’ultimo l’onere di fornirne la prova contraria.

Come si vede, la disciplina dettata dal CAD, così ricostruita, pone delle importanti differenze tra le varie tipologie di sottoscrizioni in ordine alla loro rilevanza probatoria. Solo i documenti informatici sottoscritti con firma elettronica avanzata, qualificata o digitale fanno infatti piena prova, fino a querela di falso, della loro provenienza da colui che li ha sottoscritti. I documenti con firma elettronica “semplice”, al contrario, sono liberamente valutabili dal giudice. Il CAD invece non contempla l’ipotesi del documento informatico privo di firma elettronica, sulla cui valenza probatoria non resta dunque che fare riferimento alla regola generale dettata dal comma 1-bis dell’art. 20 CAD, ai sensi del quale il valore probatorio del documento informatico è liberamente valutabile in giudizio, tenuto conto delle sue caratteristiche oggettive di qualità, sicurezza, integrità ed immodificabilità.

Il più delle volte ai documenti privi di firma elettronica (si pensi a un semplice file) non sarà logicamente riconosciuto alcun valore probatorio, stante l’assenza di elementi significativi che possano permetterne l’identificabilità dell’autore.

Alla luce del quadro appena descritto, risulta dunque estremamente importante stabilire a quale tipologia di documento informatico vada ricondotta la posta elettronica non certificata, viste le importanti implicazioni sul piano probatorio.

I precedenti:

Nella giurisprudenza recente (per lo più di merito) tende a prevalere la tesi secondo cui la posta elettronica non certificata sia qualificabile come documento informatico dotato di firma elettronica c.d. semplice, con la conseguenza che la stessa, sul piano probatorio, è liberamente valutabile in giudizio, tenuto conto delle sue caratteristiche oggettive di qualità, sicurezza, integrità ed immodificabilità (in tal senso, Trib. Prato, ord. 15.04.2011).

Ancor più di recente è stata fornita una soluzione piuttosto ambigua, essendosi ritenuto che, in ossequio alla disciplina contenuta nel CDA, la posta elettronica non certificata va considerata alla stregua del telegramma, avente l’efficacia probatoria della scrittura privata ex art. 2705 c.c. e, ad ogni modo, liberamente apprezzabile dal Giudice (così, da ultimo, GdP Palermo, Sez. III, 21.07.2012).

 

La soluzione:

Scartata l’ipotesi che un documento informatico inviato tramite posta elettronica non certificata possa integrare una fattispecie di firma elettronica avanzata, qualificata o digitale, il Tribunale di Termini Imerese, con la citata ordinanza del 22.2.2015, aderisce alla tesi secondo la quale un messaggio di semplice e-mail deve essere considerato documento informatico sottoscritto con firma elettronica “semplice”. Ne deriva che la sua valenza probatoria è liberamente valutabile dal giudice, tenuto conto delle caratteristiche oggettive di qualità, sicurezza, integrità ed immodificabilità, così come richiesto ex art. 21 CAD.

Il Giudice siciliano ritiene infatti di aderire a quell’orientamento giurisprudenziale di merito secondo cui, affinchè possano dirsi soddisfatti i requisiti tecnici richiesti dal CAD per la firma elettronica, siano sufficienti i dati risultanti dal cd. “indirizzo mittente-headers”, inserito nella e-mail al momento dell’invio (alla stregua di un timbro), idoneo ad attestare che “quella data e-mail è stata scritta da qualcuno che ha dovuto necessariamente, per inviarla, accedere ad un’area riservata, inserendo una username e una password (…) Perciò, grazie al suddetto primo insieme di dati, si sa che per inviare quella e-mail è stato utilizzato un secondo insieme di dati, costituente un sistema di autenticazione informatica, cui detto primo insieme è (ovviamente) logicamente collegato” (così, testualmente, Trib. Mondovì, 07.06.2004). Il nome utente e la parola chiave necessari per accedere all’account di posta elettronica costituiscono, in definitiva, quell’insieme dei dati in forma elettronica, allegati oppure connessi tramite associazione logica ad altri dati elettronici, utilizzati come metodo di identificazione informatica (art.1, lett. q, d.lgs. 82/2005), che valgono a rendere il documento riconducibile al soggetto intestatario dell’account, pur non potendosi parlare di identificazione univoca del sottoscrittore, come nel caso di documento sottoscritto con firma elettronica avanzata, qualificata o digitale.

Valutata secondo tali criteri la produzione documentale allegata alla domanda (composta per lo più da missive via e-mail), il Tribunale di Termini Imerese accoglie il ricorso del professionista ex art. 702 bis c.p.c., ritenendo sussistente il contratto tra le parti, svolto l’incarico professionale e provato, infine, il compenso pattuito, nella misura risultante dalla corrispondenza prodotta.

Quindi ? :)…..a voi l’ardua sentenza…E non ci dimentichiamo la necessaria conservazione digitale di tutto quello che inviamo in modalità elettronica eh mi raccomando.

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